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Lasciti, atmosfere senza tempo

Roma

Italy.

Vi sarà certamente capitato, come a me, di provare un sottile brivido di piacere, una fascinazione dal sapore vagamente scaramantico, nell’ascoltare, che so, la canzone E noi non ci saremo di Guccini, o nel leggere romanzi come La nube purpurea di M.P. Shiel, poi magistralmente tradotto in una graphic novel pubblicata su Linus nel 1968 da Dino Battaglia, o La strada di Cormack McCarty.
E, ugualmente, avrete avvertito l’orrore pietoso ma anche la morbosa attrazione che provocano gli squarci di vita quotidiana in abbandono dopo un qualche disastro: le innumerevoli immagini di giostre rugginose a Chernobyl, o i luoghi comuni dei servizi fotografici dalle zone di guerra o dalle catastrofi naturali con la casa diroccata e le foto di famiglia ancora appese all’unica parete rimasta in piedi, o il bambolotto caduto nel fango sulla via della fuga.

Il fatto è che le catastrofi ci affascinano, specialmente quando capitano a qualcun altro, con cui certamente solidarizzare, identificarci rabbrividendo, ma al sicuro. È un meccanismo mentale parente di quello che in autostrada ci fa rallentare per ammirare l’incidente mortale capitato sulla corsia opposta. E che ci fa provare un vago senso di delusione, subito relegato con vergogna tra i cattivi pensieri da cancellare, se la catastrofe non risulta poi così completa, se la natura si acquieta prima.

È in qualche modo una forma di scaramanzia: si, potrebbe capitare, ma non è successo qui, ora, e soprattutto non a noi! Perciò possiamo rassicurarci e distogliere il pensiero dalla precarietà connaturata con la vita, sia individuale che intesa come permanenza della nostra specie su questo mondo: in fin dei conti o è fiction, o cose capitate lontano, di cui nulla sapremmo senza i media.
E allora divoriamo libri, apprezziamo film catastrofici, post apocalittici, nei quali le nostre città vengono rase al suolo da mostri, alieni, ondate di freddo polare o di caldo torrido, mareggiate, terremoti, alluvioni, vulcani, meteoriti, bombe atomiche; libri e film basati sul clichet del “last man in the world”, o dei pochi superstiti inselvatichiti, ma che alla fine paradossalmente consolano e rassicurano.

Con le foto che presento qui vorrei rendere omaggio, citare queste atmosfere con l’aggiunta di un elemento di incertezza: la sospensione, il vuoto, l’assenza delle persone appunto, sottilmente mediata da piccoli oggetti comuni e privi di pathos, o luoghi abbandonati, lasciti in sospeso, senza però la rassicurante indicazione se per qualche minuto o per sempre.

Lascito. Roma, 26 febbraio 2021
Pioggia. Roma, 4 maggio 2021
Deformazioni. Roma, 25 marzo 2021
Tenebra montante. Roma, 3 marzo 2021
Andare via. Roma, 21 febbraio 2021
Scorrere del tempo. Roma, 6 aprile 2021
Cortile. Roma, 30 novembre 2020
Cane ed ombre. Roma, 10 giugno 2021
Riflessi di niente. Roma, 11 marzo 2021
E noi non ci saremo. Soriano nel Cimino, 25 aprile 2021

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Pietro Coppa

Nato e vissuto a Roma, fotografo per antica passione.

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