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Cay – Ararat e la comunità curda a Roma

© Alessandro Romagnoli
Cay – Ararat e la comunità curda a Roma –
Italy
Roma, Italia – Ottobre 2018. Ömer in bici senza usare le mani, alle sue spalle l’ingresso del giardino Azadi che in lingua curda significa libertà.

Il centro socioculturale curdo Ararat nasce a Roma nel maggio del 1999, all’interno del complesso in disuso dell’ex mattatoio di Testaccio. Il nome è lo stesso del monte su cui la tradizione narra che si arenò l’arca di Noè alla fine del diluvio universale. Ararat si chiamava anche la prima nave che il 26 dicembre 1996 attracco sulle spiagge della Calabria con a bordo un migliaio di profughi curdi che fuggivano dalle persecuzioni. Nei confronti del popolo curdo è in atto, ormai da decenni, un brutale tentativo di pulizia etnica, dovuto principalmente alla riorganizzazione politica del Medio Oriente avvenuta dopo la fine della prima guerra mondiale: il kurdistan, l’area geografica su cui vivono la maggior parte dei curdi, si trovò suddiviso tra quattro stati, Turchia, Iraq, Iran e Siria. Questo trasformò di fatto più di cinquanta milioni di persone in ospiti indesiderati. Rinnegare le proprie origini è oggi l’unica speranza per questa gente di poter vivere in pace ma molti  non accettano questo destino e a causa  delle violente rappresaglie che ne conseguono, spesso fuggono verso l’Europa.

Ibrahim festeggia un lancio di dadi fortunato durante un’accesa partita di “tavla” (backgammon). Roma, Italia – Marzo 2019.

Quelli che raggiungono la capitale italiana trovano in Ararat un importante sostegno. Le bellissime tradizioni di questo popolo sopravvivono grazie al centro, che rappresenta, inoltre, un importante riferimento per l’organizzazione e la promozione di manifestazioni politiche e di ogni genere di attività culturali.

Ho messo piede ad Ararat per la prima volta il 16 marzo 2017, un giovedì. Pochi giorni prima mi ero imbattuto casualmente in una manifestazione in campidoglio durante la quale avevo ascoltato la storia del popolo curdo ed ero venuto a conoscenza del pericoloso provvedimento di sgombero che gravava, e grava tutt’oggi, su Ararat. Subito ho pensato che un progetto fotografico avrebbe potuto ancor di più, accendere i riflettori sul centro, che indiscutibilmente rappresenta un vero e proprio tesoro culturale per città. Cosi ho presentato la mia idea alla comunità curda di Roma che dopo averla valutata mi ha invitato a cominciare. 

Chaide prepara il pushi a Serhat. Non tutti conoscono il modo corretto di avvolgere il pushi, che all’occorrenza può essere utilizzato anche come sciarpa. Roma, Italia – Marzo 2019.
La Menemen è uno dei piatti tipici della cucina curda. Si tratta di uova sfrittellate con peperoni, pomodori e spezie varie. Viene mangiata tutti insieme nella padella afferrandola con dei pezzi di pane. Roma, Italia – Novembre 2018.

Frequentando Ararat è facile rimanere impressionati dal forte legame che questa gente sente verso il proprio popolo e la sua lotta per la libertà. Sorprende la solennità con la quale vengono celebrate le ricorrenze, la passione per il cay (te nero curdo), per il tavla (backgammon) e l’amore per i piatti tipici della cucina curda. Questi sono tra gli aspetti culturali che emergono di più, insieme naturalmente, all’ enorme affetto per il leader della rivoluzione curda Abdullah Ocalan che trascende l’immaginazione di chiunque di noi.  Ma quel che veramente può essere compreso, ascoltando racconti e confidenze, sono le enormi difficoltà della vita di un migrante.

È raro che l’uomo abbandoni spontaneamente la propria terra, perché la vita, lontano da quelle certezze che che di solito contraddistinguono l’ esistenza di ognuno di noi,  può essere terribile: è facile immaginare che privati del vicino conforto della famiglia, degli amici più cari e con un futuro quanto mai incerto all’orizzonte la mente spesso vacilli. In questa situazione anche i gesti e le abitudini apparentemente più banali acquisiscono valore, perché nascondono la volontà di continuare a vivere con dignità nonostante tutto.

I curdi bevono cay (tè nero) in continuazione. Viene servito bollente in piccolo bicchieri di vetro. Roma, Italia – Marzo 2017.

Mi sono chiesto un infinità di volte se avrei anche io avuto la forza di affrontare un simile destino e spero francamente di non dovermi mai  mettere alla prova, anche se i curdi ci insegnano, una volta di più, che l’essere umano, possiede una straordinaria capacità di adattamento ed è in grado, ovunque si trovi, di riorganizzare la sua vita, esibendo sempre con fierezza le proprie origini e tradizioni.

La preparazione del fuoco che sarà acceso durante i festeggiamenti per il Newroz, la ricorrenza più importante per il popolo curdo, che viene celebrata ogni 21 Marzo. Roma, Italia – Marzo 2018.
Due giovani curdi in abiti tradizionali si concedono una pausa durante le prove del corso di danze tradizionali. Roma, Italia – Aprile 2017.
Memhet osserva la cartina del Kurdistan, l’area geografica del Medio Oriente in cui vivono la maggior parte dei curdi che si trova suddivisa politicamente tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Roma, Italia – Febbraio 2018.
Il Govend è un ballo tipico della tradizione curda. Si danza insieme tenendosi i mignoli delle mani. Durante il Newroz viene ballata per ore girando intorno ad un enorme fuoco. Roma, Italia – Marzo 2109
Sovente i curdi organizzano manifestazioni durante le quali protestano per la terribile condizione del loro popolo in Medio Oriente. Roma, Italia – Dicembre 2018.
Erol suona il Santur, che produce un suono piuttosto malinconico. Il Santur è spesso utilizzato dai curdi pastori delle montagne. Roma, Italia – Maggio 2019.
Said sul tetto di Ararat. Sullo sfondo la zona dell’ex mattatoio chiamata campo boario, dove insieme ad Ararat convivono altre interessanti realtà socio-culturali di grande importanza per la città. Roma, Italia – febbraio 2019.
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Alessandro Romagnoli
Mi sono avvicinato alla fotografia poco dopo aver compiuto 33 anni. Terminati gli studi in alcune tra le migliori scuole romane, inizialmente mi sono dedicato alla ricerca personale attraverso l' utilizzo della fotografia analogica. Successivamente sono approdato alla fotografia di reportage, il mio obiettivo è quello di raccontare storie che possano aiutare le persone a comprendere meglio avvenimenti di cui purtroppo volutamente vengono tralasciati alcuni aspetti. Nei miei progetti emerge spesso il desiderio e la necessità degli esseri umani di poter vivere liberi e dignitosamente, si tratti di popoli perseguitati o di minoranze discriminate e vittime di pregiudizi. Il mio sogno è quello di scuotere il pensiero di chi osserva le mie fotografie mostrando la bellezza di quel che probabilmente rischia di andar perso per sempre.

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